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Eurovision, vince l’olandese Duncan Laurence. Mahmood arriva secondo

19 Maggio 2019 0
Eurovision, vince l’olandese Duncan Laurence. Mahmood arriva secondo

Ha vinto l’Olanda con “Arcade” cantata da Duncan Laurence, l’Italia di Mahmood è arrivata seconda, miglior piazzamento da molti anni in qua. Un bellissimo risultato per Alessandro Mahmood che dopo aver vinto Sanremo si è tolto un’altra bella soddisfazione, arrivando a un passo dalla vittoria anche in Europa.

E’ stata una serata lunghissima, iniziata poco dopo le 20,30 e terminata dopo l’una di notte, una serata di musica, divertimento e allegria, segnata dalla partecipazione, come ospite speciale, di Madonna. La star americana è arrivata poco dopo le 23,30 e dopo un saluto ai 26 concorrenti e la frase di rito “non sottovalutate la forza della musica nell’unire la gente”, è andata in scena circa mezz’ora dopo, pochi minuti prima della mezzanotte, in una scenografia da cattedrale, per “Like a player”, stonando in abbondanza. Poi il nuovo singolo, una bellissima coreografia e una forte dose di autotune bastano per rimettere a posto le cose e trasformare la performance, con il nuovo singolo “Future”, in un momento di grande musical, che si è chiuso con uno spettacolare tuffo all’indietro nel vuoto. Madonna non ha fatto mancare la polemica: due dei suoi ballerini sono usciti di scena abbracciati, mostrando sulle schiene un bandiera israeliana e una palestinese, non particolarmente visibili in realtà, quanto è bastato però per scatenare le proteste degli organizzatori dell’Eurovisione, per la “forzatura” politica di un programma “apolitico” come loro stessi lo hanno definito, e per il fatto che alle prove le bandiere non si erano viste.

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L’edizione 2019 è stata, in realtà, meno spettacolare e sorprendente delle precedenti edizioni di Eurovision, meno kitsch, meno glam, meno divertimento a dire il vero. I toni in generale si sono abbassati, pochissime le rappresentanze nazionali che hanno voluto puntare sullo show, sull’eccesso, sullo spettacolo. Ed è un peccato perché, non essendo Eurovision Song Contest davvero la rappresentazione del meglio della musica europea, ha il suo punto di forza proprio nello spettacolo. Che quest’anno si è abbastanza normalizzato rispetto agli anni scorsi. Se non fosse stato per gli islandesi Hatari, fino alle 22,30 non avremmo visto sul paco nulla di particolarmente travolgente.

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La media delle canzoni è, per l’appunto, media, la stragrande maggioranza dei brani si muove all’interno del mainstream pop del momento, stessi suoni, stesse atmosfere, qualcuno gioca la carta della melodia più tradizionale e della bella voce, ma in linea di massima una sostanziale uniformità rende le proposte musicali non esaltanti. Sempre un grande show, comunque, molto ben realizzato, con coreografie, colori, fuochi d’artificio, effetti speciali, una lunga serie di “cartoline” per illustrare le bellezze d’Israele, tutto quello che uno show dell’Eurovisione richiede.

Poche, a dire il vero, le sorprese musicali, praticamente assenti il rap o la trap, quello di Mahmood era praticamente il solo brano ad essere in sintonia con i generi che vanno per la maggiore tra i giovanissimi, non molti anche i pezzi dance, le canzoni in gara erano nella stragrande maggioranza nel solco di un prevedibile mainstream pop. Poche anche quelle visive, come quelle arrivate dalla Francia, con uno dei pochi pezzi “impegnati” della serata, quelle dell’Australia, che ha puntato tutto sulla sorpresa dell’effetto speciale, una sorta di balletto su aste semovibili per sostenere una cantante dai toni lirici e pop, una performance obiettivamente sorprendente e originale, quelle dei già citati islandesi, seguiti da Cipro e Grecia.

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La differenza con le edizioni precedenti la si vede quando arrivano, dopo i concorrenti, alcuni dei vincitori delle edizioni precedenti, tutt’altro che disposti a lasciar scorrere la serata senza qualche elemento spettacolare più colorito. Dunque, definirla una serata “sotto tono” sarebbe comunque ingiusto: l’edizione 2019 dell’Eurovision Song Contest è stata comunque ricca e vivace, una divertente carrellata sulle stelle del pop dei ventisei paesi che sono arrivati alla serata finale dopo due serate di semifinale seguire, comunque, da diversi milioni di spettatori in tutta Europa. Edizione che assume un significato particolare anche perché arriva a pochi giorni dalle elezioni per il parlamento europeo, elezioni che potrebbero portare ad una nuova geografia politica continentale e che, per l’ultima volta, allo stato attuale, vedranno la partecipazione dei britannici. Questa sera si è votato per le canzoni, in un Europa molto più ampia di quella politica, un’Europa musicale che, come si è visto, è decisamente più unita e omogenea di quanto appare politicamente, un’Europa naturalmente multiculturale, pacifica, fraterna, dove non c’è limite da oltrepassare, perché i limiti sono stati tutti già dimenticati e le differenze cancellate. La lunga passerella delle votazioni, con i collegamenti con tutti i paesi in gara, resta uno dei momenti più divertenti e belli della manifestazione.

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E la politica entra in qualche modo perché il Regno Unito arriva ultimo, certamente non per la qualità della canzone, decisamente nella media se non addirittura nella parte alta delle proposte della serata, ma per la lunga trattativa sulla Brexit, che ha certamente influito sulle simpatie delle giurie e del pubblico. Ed è entrata anche per un momento, con la bandiera palestinese, nell’inquadratura dei concorrenti islandesi, accompagnata da qualche fischio.

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Comunque la serata è stata divertente, bella, colorata, ricca di diversità e bellezze, al di la delle tensioni e delle differenze. E’ l’Europa della musica, che non esiste in politica, potrebbe dire qualcuno, e che forse non sarà nel prossimo parlamento, ma è comunque, come ha dimostrato l’Euro

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